Da Il Foglio del 16 ottobre 2007:
LA CASTA DEI QUESTUANTI
Lettera aperta di Stefano di Michele a Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
Lettera aperta di Stefano di Michele a Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo
Ecco i portatori sani del privilegio, cioè gli italiani visti dai politici
Una folla immensa, colorata all’assalto di favori politici e raccomandazioni
di Stefano Di Michele
Cari Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, col mirabile ultimo vostro lavoro, “La casta”, voi avete portato scompiglio fin nella più sperduta comunità montana, nel più insignificante consiglio comunale, nel più sgarrupato ministero. Opera meritoria, si capisce: tremino i potenti all’atto fiero, sia quando mettono il piede su un aereo di stato, sia quando poggiano la ciabatta estiva su un traghetto non di loro competenza. Ogni insulso deputato e ogni senatore dappoco – di quelli che non vanno bene neanche per rimediare il biglietto per lo stadio – si sono in questi mesi affrettati, invece di controbattere alla vostra inchiesta (e del resto i fatti son fatti, e a negare i fatti si fa sempre un po’ la figura dei coglioni), a farne almeno pubblicamente elogio e monito: chi vuole decurtare i colleghi, chi vuole ridurre l’ottimo stipendio, chi pensa di dimezzare la comoda pensione. Gli “insaziabili bramini” da voi copiosamente sputtanati sembrano a volte – nel vortice del grillismo e della frenesia degli ultimi tempi – disposti ad accendere loro stessi la pira sopra la quale li avete sistemati.
La pacchianeria messa in piazza, i privilegi svelati e l’inutilità rivela rivelata, producono di questi effetti. Cari Stella e Rizzo, facciamo una scommessa? E cioè, che i più furbi tra i politici cavalcheranno e troveranno nuova gloria proprio nell’antipolitica. Si forniranno di un apposito bollo e, “in hoc signo vinces”, partiranno alla (ri)conquista. Giustamente, non sono affari vostri (e neanche nostri), e del resto, tanti di quelli che nel libro avete sbertucciato se lo meritavano ampiamente: l’esosità abbinata all’inutilità va sanzionata. Ma un aspetto non secondario è rimasto fuori: se la “casta” braminica è finita sotto i riflettori, la sua controparte, cioè la falange dei “questuanti”, è rimasta in ombra. Non gente con dolorosi problemi di salute o di lavoro: temi seri, e nel dramma ogni legittima mossa (questua politica per prima) è ammessa. Resta una folla immensa che vuole l’eccesso, la cazzata, il piccolo privilegio, la raccomandazione scema, il favore inutile o miserevole. Si dirà: tocca ai politici dire no a questo scombinato assalto. Ma si sa: la carne è debole e il voto è mobile. Così, dopo che vi siete fatti “la casta” proviamo a farci “i casti”. Cerchiamo di raccontarveli in tre puntate.
Onorevole, a noi servirebbe un esorcista… E’ per mia sorella…”. Quando sentì la richiesta Italo Bocchino, pupillo di Pinuccio Tatarella e fresco deputato di An, fece una certa fatica a metterla a fuoco. Perché, infine, un esorcista è complicato da trovare persino per gente della “casta”. Bocchino, nel pieno fervore della sua prima elezione, in ogni modo si diede da fare. “Tramite un amico prelato in Vaticano, arrivai a fissare un appuntamento con monsignor Milingo, ovviamente prima che si sposasse. Andammo a casa sua alle sei e mezzo del mattino”. Della sorte che toccò al diavolo dopo l’opportuno trattamento, l’onorevole Bocchino non ha mai avuto in seguito notizie certe. Di altri eventi più terreni, purtroppo sì: “Alle elezioni successive, quei signori non mi hanno neppure votato”. Davvero indemoniati.
Onorevole, a noi servirebbe un esorcista… E’ per mia sorella…”. Quando sentì la richiesta Italo Bocchino, pupillo di Pinuccio Tatarella e fresco deputato di An, fece una certa fatica a metterla a fuoco. Perché, infine, un esorcista è complicato da trovare persino per gente della “casta”. Bocchino, nel pieno fervore della sua prima elezione, in ogni modo si diede da fare. “Tramite un amico prelato in Vaticano, arrivai a fissare un appuntamento con monsignor Milingo, ovviamente prima che si sposasse. Andammo a casa sua alle sei e mezzo del mattino”. Della sorte che toccò al diavolo dopo l’opportuno trattamento, l’onorevole Bocchino non ha mai avuto in seguito notizie certe. Di altri eventi più terreni, purtroppo sì: “Alle elezioni successive, quei signori non mi hanno neppure votato”. Davvero indemoniati.
All’eletto, si sa, si chiede di tutto. Le cose più insolite che animano la più grigia esistenza tra i saloni di Montecitorio e di Palazzo Madama. “E’ un’esibizione di potenza da parte del cittadino, quella di chi può dire a parenti e amici: ci penso io, conosco l’onorevole, il senatore è mio… E da qui nascono le cose più strampalate”, dice Peppino Caldarola. Rivolte tanto al peones quanto (se uno riesce ad arrivarci) al leader. Anni fa un parroco marchigiano si fece ricevere da Arnaldo Forlani, segretario della Dc, per perorare la seguente causa: lui stava preparando, in vista del santo Natale, un presepe vivente. Avrebbe tanto voluto inserire nel contesto un vero cammello, ma non sapeva dove andarlo a prendere. Poteva mica, l’onorevole Forlani, provvedere lui?
C’è un autorevolissimo ex diessino che ha seguito Fabio Mussi nel suo esodo verso la Sinistra democratica, che da tempo si trova a far fronte a una complicata richiesta. “Comincia sempre così, con un compagno che ti avvicina e attacca: sono iscritto da quarant’anni e non ho mai chiesto niente al partito… In quel momento capisci che sta per arrivare la botta”, racconta. E nel caso specifico? Sospiro: “Quel compagno vuole assolutamente far entrare sua figlia nel corpo di ballo del Teatro dell’Opera”.
Ci sono quelli che giurano di non aver mai dovuto fare una raccomandazione strana, di non essersi mai trovato di fronte a domande insolite. “No, no, da me vengono solo disperati”, assicura il no global Francesco Caruso. E il diessino Paolo Gambescia: “Finora, sono venuti a trovarmi solo per cose normali. Al massimo, qualcuno invia un curriculum…”. Ma sono pochi. Non può dire la stessa cosa, per esempio, uno come Mario Landolfi, esponente di An, presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai. Tanto che, disperato, ha ironicamente proposto ad alcuni colleghi una colletta per un annuncio a pagamento sui giornali: “Da oggi in poi, cari concittadini, rivolgetevi a noi solo per questioni strettamente inerenti l’attività parlamentare…”.
Sarà che certe cose, col tempo, pesano. Un giorno, per dire, al presidente Landolfi è giunta una lettera. “Una cosa simpatica, se vogliamo… Un signore mi raccontava di aver mandato in dono, a una giornalista televisiva, una collana accompagnata con un biglietto dove, diciamo così, le esprimeva i suoi sentimenti e le chiedeva un incontro, magari a cena”. Nessuna risposta? “Nessuna risposta. Perciò questo signore si è rivolto al presidente della Vigilanza per chiedergli di intervenire sulla giornalista. O esce con me, era la richiesta che avrei dovuto presentare, o mi ridà indietro la collana. Insomma, diciamo che aveva inteso il servizio pubblico nel suo significato più vasto. Ecco, un po’ troppo vasto…”.
Se escludiamo le questioni che pesano realmente nella vita della gente – la salute, il lavoro, la casa – è la televisione il campo dei desideri che spinge spesso l’elettore a rivolgersi al suo parlamentare. Racconta ridendo Mario Pepe, deputato di Forza Italia: “Pensano che noi siamo a stretto contatto, praticamente giornaliero, con Berlusconi. E quindi domandano di tutto. Uno del mio collegio mi ha chiesto di poter partecipare al programma di Gerry Scotti, ‘Chi vuol essere milionario’, su Canale 5. Ma questo era ancora il meno. Subito dopo ha aggiunto: però, onorevole, io non voglio fare una brutta figura, perciò lei mi dovrebbe dare le risposte esatte. Mica tante, diciamo fino ad arrivare a 16 mila euro…”.
Se un onorevole ha in qualche modo a che fare con la televisione, gran parte della sua pace quotidiana è compromessa. Come nel caso di Antonello Falomi, eletto nelle liste di Rifondazione comunista. “In ogni modo, a chi non ha il potere, come me, chiedono poco… Certo, c’è pure quello che ci prova con la raccomandazione per diventare primario ospedaliero, ma capisce presto che è inutile e non insiste”. La televisione, si diceva. “Trovi sempre quello che ti dice: onorevole, c’ho una figlia ballerina molto brava… Ma soprattutto tanta gente che chiede di poter partecipare, semplicemente come pubblico, a trasmissioni televisive tipo Domenica in. E lì, se posso dare una mano… Tanto, mica togli un posto o un diritto a qualcuno”. Precisa l’onorevole Franco Grillini, leader storico degli omosessuali italiani: “Dal mondo gay ricevo valanghe di richieste per partecipare alla trasmissione di Maria De Filippi, ‘C’è posta per te’. Tutti, proprio tutti ci vogliono andare. Mi ritrovo almeno con una richiesta al mese, che poi io realmente che posso fare? Come tantissimi miei elettori vorrebbero partecipare al Grande Fratello. Franco, aiutami tu… Ma che cazzo ne so di come si arriva al Grande Fratello…”.
Due sorelle, coppia da intendersi indivisibile, da aiutare ad arrivare “a un programma della Rai” è stata la questione posta all’onorevole Enzo Raisi, deputato bolognese di An. “In più non c’erano molte opzioni – racconta divertito l’onorevole – doveva assolutamente essere un programma di prima serata. Non ho neanche provato: non sono così potente e non faccio certe cose”. Ma niente di fronte all’avventura capitata a Peppino Caldarola. A lungo, l’onorevole veltroniano è stato inseguito anni fa da una donna, “piacente, giovanile”, che insisteva sulle qualità artistiche del figlio. “Un ragazzo di diciotto, vent’anni, anche molto carico. Sua madre sognava di inserirlo nel cast di ‘Un posto al sole’, la fiction che piace di più ai meridionali, diceva, o di ‘Incantesimo’. Come aveva occasione di incontrarmi sollevava la questione. ‘Il destino di mio figlio è la fiction’, diceva. E dovevo occuparmene io? Mah… Li ho anche incontrati a Roma, davanti a Montecitorio. Ogni volta, con pacatezza rinviavo l’argomento, cercavo di convincerla a iscrivere il ragazzo a una scuola di recitazione”. Ma il sogno della signora resisteva impavido a ogni obiezione. “Un giorno, quando lavoravo con Fassino a via Nazionale, non si sa come la signora riuscì a eludere la vigilanza, e me la ritrovai davanti al mio ufficio. ‘Onorevole, le ho portato il book di mio figlio’, un librone con decine e decine di foto del ragazzo, quelle che si fanno vedere ai provini e si mandano ai registi. Ricomincio con le obiezioni, lei appoggia il book sulla scrivania. ‘Io glielo lascio, poi faccia lei’, e se ne va. Qualche ora dopo sto per uscire, quando l’occhio mi cade sul libro con quelle foto. Lo abbandono qui, penso. Poi mi viene un dubbio: ma i compagni delle pulizie che penseranno, se trovano sulla mia scrivania un mucchio di foto di questo bel ragazzo? Magari si chiedono: ma che fa, il compagno Caldarola? Allora le infilo nella borsa, ma mentre scendo per via Nazionale comincia un’altra ansia: se mi prende un infarto per strada e trovano quelle foto nella mia borsa, cosa diranno i soccorritori? Insomma, per giorni ho vissuto con l’incubo di queste foto, non sapevo mai dove lasciarle. A casa? Le riporto ogni giorno al partito? Posso fidarmi a lasciarle alla Camera?”. Ci sono situazioni in cui, oggettivamente, l’onorevole si guadagna pure il suo gratificante stipendio.
A Enzo Trantino, principe del foro catanese, di suo monarchico e per trentacinque anni deputato prima del Msi poi di An, ne sono successe di tutti i colori. “Un giorno piombò nella mia segreteria un’anziana signorina che, in tono cortesemente perentorio, mi disse: ‘Onorevole, io ho sempre avuto fiducia in lei, ora lei deve convincere qualcuno tra i suoi tanti conoscenti a chiedere la mia mano, perché a lei è difficile dire di no’. Dopo un’estenuante trattativa, rinviammo tutto a tempi migliori. Nel contempo, il buon Dio chiamò a sé quella mia elettrice…”. Doveva essere una componente ben presente, quella delle signore attempate, nell’elettorato dell’onorevole Trantino. “Una mattina all’alba ricevo una concitata telefonata da una nobildonna siciliana ultrasessantenne, che conoscevo bene. ‘Onorevole, mi trovo su una piazzola di sosta della Salerno-Reggio Calabria, con una roulotte ferma’, mi dice. ‘Chiami il soccorso stradale, signora’, rispondo io. Ma la poveretta singhiozzava disperata. Mi spiegò tra le lacrime che si era invaghita di un bel giovanotto che dimostrava di condividere la sua passione e che le aveva proposto un viaggio d’amore a Roma, in camper. Lei si fornì di abbondante denaro per l’occasione. Ma lungo la strada il giovanotto la stordì a forza di bicchieri di champagne, sganciò la macchina e sparì nella notte, lasciando la poveretta sola sulla piazzola di sosta. E adesso, in quanto mia elettrice, voleva che io intervenissi con interrogazioni parlamentari, che sollevassi il caso alla Camera, che arrivassi fino alle sedi internazionali…”.
Il questuante non conosce sosta e procede certo delle sue buone ragioni. Tommaso Pellegrino è un giovane medico, deputato dei Verdi eletto a Napoli, alla sua prima esperienza parlamentare. In quanto punto di forza della squadra di calcio parlamentare, e uomo di sicura fede juventina, ha già dovuto provvedere, forte della recente autorevolezza parlamentar-calcistica, a procurare delle magliette bianconere, con gli autografi di Gianluigi Buffon e Alessandro Del Piero, per alcuni elettori. “Poi, siccome sono di Napoli, mi hanno persino chiesto di poter ottenere degli sconti per acquistare le cravatte da Marinella”. E questo senza contare cose più quotidiane: per esempio, fornire l’acqua minerale, di tasca sua, durante una manifestazione. Oppure, “procurare sedici sedie, proprio sedici, mi hanno dato il numero esatto”, sorride Pellegrino, per la sede di un’associazione del collegio elettorale.
Chiaro che in alcune zone certe cose si avvertono di più. “Alcuni miei colleghi meridionali – assicura Gregorio Fontana, deputato di Forza Italia eletto a Bergamo – mi raccontano che vanno da loro anche per chiedere il certificato di nascita. E se provano a dire: ‘Scusate, ma il certificato di nascita lo danno anche a voi’, si sentono rispondere: ‘Sì, però, se ci va lei arriva prima’. Insomma, il deputato come centro servizi: certificati, duplicati, fotocopie”. Conferma Salvatore Buglio, eletto con la Rosa nel pugno, ora sostenitore di Veltroni: “In certe realtà, il deputato funziona da ammortizzatore sociale”. Lui è di Nichelino, alle porte di Torino, zona operaia. “Si capisce, per me che prima di fare il parlamentare facevo l’operaio a un milione e duecento mila lire, ora il mio stipendio appare sostanzioso. Ma poi c’è la festa di Padre Pio, e devi mettere dei soldi. Un’iniziativa musicale, e sono cinquecento euro. Il contributo per i fuochi d’artificio bisogna darlo. E senza contare vere e proprie situazione d’emergenza…”.
A sorpresa, c’è ancora una cosa che piace tanto a molti italiani. E alcuni insistentemente la chiedono ai propri rappresentanti in Parlamento: la nomina a cavaliere. Domanda informazioni ad alcuni colleghi, nel cortile di Montecitorio, un parlamentare mussiano: “Scusate, qualcuno di voi sa la differenza tra cavaliere del Lavoro e cavaliere della Repubblica? C’ho uno che mi viene dietro da tempo perché vuol fare il cavaliere, ma io neanche mi ricordo più a che razza di cavaliere pensa…”. Nessuno ha un’idea precisa. “Boh, che cazzo ne so…”, taglia corto un compagno rientrando verso il Transatlantico. Poco più in là osserva divertito il forzista Fontana: “Nell’operoso nord sono più pratici nelle richieste. Ma pure a me un giovane imprenditore ha chiesto con insistenza di essere insignito della famosa croce di cavaliere”. Che non si nega a nessuno, vero onorevole? “Non è vero che non si nega a nessuno. Ho scoperto che non è facile farla avere, non è facile per niente”. Almeno è una richiesta meno imbarazzante di quella che si sentì rivolgere (è raccontato in “Democristiani immaginari”, di Marco Damilano) da un elettore il diccì Arcangelo Lobianco: una bella lettera di giustificazioni preventive, da mostrare alla consorte nel caso la signora scoprisse le sue avventure extraconiugali. Poi uno dice: la distanza tra eletti ed elettori. (1. continua)
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